Dacia: programmi di crescita ambiziosi ma sostenibili

Mezzo milione di auto prodotte cinque anni fa, che quest’anno saranno un milione. E che tra tre anni diventeranno 1,5 milioni: questi i numeri di una crescita esponenziale, quella del marchio low-cost Dacia, partito tra lo scetticismo generale al momento del lancio della Logan, ma poi consolidato dall’arrivo della Logan MCV (wagon), della Sandero e, questa sì assai convincente, della Duster, che oggi è la seconda suv più venduta in Italia. E che ha portato la Dacia a raggiungere nel 2011 una quota assoluta dell’1,5%, in un mercato che è arretrato del 15%, mentre per Dacia è cresciuto della stessa percentuale e che quest’anno, pur essendo il mercato ancora più fiacco nel suo complesso, non accenna a scendere per la marca low-cost, che ormai sfiora il 2% di quota.

Uno sviluppo graduale, ma inarrestabile quello del brand franco-rumeno, cui la Renault ha dedicato una buona fetta delle sue attenzioni, in parallelo con gli altri progetti di “diversificazione alternativa” (il rilancio su scala mondiale di Nissan, il recupero del brand Datsun, la rinascita dei marchi Alpine e Gordini, la caccia al primato commerciale nell’auto elettrica). Dacia è, a oggi, l’unica rappresentante automobilistica del comparto del low-cost di qualità, un settore in piena espansione anche in Italia (+8% nel 2011 sul 2010, per un fatturato complessivo di 82 miliardi di euro). L’attacco al mercato è partito dall’aggressione al comparto retail, quello tutto sommato più facile da conquistare, perché il cliente privato guarda soprattutto il prezzo. Più difficile assoggettare il mercato della clientela business che, diciamolo francamente, ha più “la puzza sotto il naso”, in particolare tra gli user-chooser.

Però Dacia si sta sviluppando anche nel comparto flotte, con una struttura di vendita specifica, che si chiama Dacia Easybusiness e che prevede offerte di prodotti e servizi espressamente pensati per chi fa dell’auto un utilizzo prevalentemente lavorativo. Con un’offerta che sembra essere la risposta adeguata al momento storico che stiamo vivendo: prezzo basso, economia d’esercizio, robustezza e durata. Ma è l’espansione virulenta della gamma che fa ritenere che l’esperimento Dacia sia destinato a consolidarsi in termini di successo: da pochi giorni ha debuttato la monovolume Lodgy, cui seguirà a settembre la multispazio Docker (che si inserisce nella categoria della Fiat Doblò), poi ci sarà la Docker Van (una furgonetta), una berlina grande derivata dalla Renault Fluence, la Duster Pickup e, entro il 2015, una citycar su base Twingo che, per il momento, ha la denominazione provvisoria di Citadine. Della quale si sussurra un prezzo d’attacco inferiore ai 5.000 euro.

Il milione e mezzo di esemplari venduti ogni 12 mesi sembrano un obiettivo raggiungibile, specie considerando quante cartucce sta per sparare la corazzata franco-rumena. Del resto, lo scetticismo della prima ora, specie da parte dei clienti di flotta, ha lasciato spazio all’interesse concreto: il caso Duster insegna. Ciò che sorprende invece, è che la strada intrapresa da Renault non sia stata seguita da nessun altro costruttore, nonostante le dichiarazioni in tal senso si siano sprecate negli anni passati. Anche Fiat, che sembrava stesse per rispolverare in ottica low-cost gloriosi marchi quali Autobianchi e Innocenti, sembra abbia riposto il progetto in naftalina. A meno che non stia lavorando sott’acqua, come negli ultimi tempi si è abituata a fare, lasciando perdere le dichiarazioni roboanti e rimanendo sul concreto in stile low-profile.

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