Marchionne come Sisifo: rimane in Italia, ma che fatica!

L’immaginifico Sergio Marchionne ancora una volta si è mostrato come un personaggio fuori dagli schemi: look anticonvenzionale a parte, il manager italo-canadese di Fiat non le manda a dire. Sia che il suo interlocutore sia il premier Mario Monti, sia che stia battibeccando con un industriale come Diego Della Valle. Note di colore a parte, la domanda che sorge spontanea è: ma la Fiat rimarrà in Italia con i suoi stabilimenti, oppure no? Per rispondere con ragionevole certezza, occorre considerare i fatti e mettere da parte le chiacchiere da bar.

La Fiat è un’azienda italiana e sempre lo rimarrà. Anche se, come ha sottolineato Marchionne, oggi l’immagine all’estero dell’affidabilità degli italiani non è un plus, ma un handicap. Handicap che nasce dalla difficoltà di fare impresa nel nostro Paese e dalla scarsa qualità dei nostri governanti. Con una delle sue solite espressioni colorite, l’A.D. Di Fiat ha detto “A volte mi pare che fare business in Italia sia una fatica di Sisifo; ci mettiamo il massimo dell’impegno per scalare la montagna di difficoltà e problemi che chi gestisce un’azienda nel nostro Paese si trova di fronte ma, quando stiamo per raggiungere la cima, ci sono sempre nuove forze e nuovi pesi per trascinarci verso il basso. E ogni volta dobbiamo ricominciare tutto da capo”. La similitudine con il personaggio della mitologia greca, figlio di Eolo, condannato in eterno da Zeus a spingere un masso su una montagna che, ogni volta che arriva in cima, rotola nuovamente giù e Sisifo deve ricominciare da capo, non è affatto fuori luogo. Perché questa è la situazione che accomuna gli imprenditori nostrani, schiacciati da leggi farraginose e tasse sempre più ingenti. Altro che la tanto ventilata “crescita”…

Però Fiat è presente in Italia con quattro grandi stabilimenti, su cui sono stati fatti recentemente investimenti importanti (5 miliardi di euro negli ultimi tre anni), anche se il Gruppo guarda maggiormente con favore all’estero, dove ci sono migliori opportunità di incentivazione (Marchionne ha citato il Brasile, dove Fiat cresce a dismisura e il governo favorisce la crescita non soltanto a parole). Di Stati Uniti e Messico si conosce che i piani industriali seri vengono supportati tangibilmente. Così come in Serbia, dove Fiat ha iniziato a produrre la 500 L. Ma l’investimento fatto in Italia è comunque cospicuo. Quindi va ammortizzato nel tempo.

Quello che lascia dubbi, è invece la lentezza con cui verranno proposti nuovi modelli. Il mercato globale, infatti, sta reagendo alla crisi a colpi di novità. Senza arrivare a citare il Gruppo Volkswagen, la cui effervescenza (consentita da bilanci meravigliosi) ha dell’incredibile, tutti i costruttori europei si stanno dimostrando più solerti di Fiat. Che, a mezza bocca, ha dichiarato di fare slittare la nuova Punto prevista per il 2013 al 2014. E anche le nuove Alfa Romeo (suv e Giulia) non arriveranno a breve. Mentre Lancia è ormai appiattita sui modelli Chrysler.

Cosa accadrà, quindi? Che Fiat prevede un “cambiamento del modello di business in Italia” (sono parole dello stesso Marchionne durante l’incontro di sabato scorso con il premier Monti), “il Lingotto privilegerà l’export, in particolare quello extra-europeo”. Il che si traduce in una piena disponibilità a valorizzare le competenze e le professionalità peculiari delle strutture italiane, come per esempio quelle nel campo della ricerca e dell’innovazione. A patto che le istituzioni del nostro Paese sostengano la ripresa del mercato. In questo sta la proposta, concreta e sostenibile, di Marchionne a Mario Monti e al Ministro Passera: quando la crisi sarà passata, Fiat accelererà lo sviluppo e sarà più aggressiva anche sul mercato italiano.

Non è un concetto sbagliato, dal punto di vista di un imprenditore che deve sfruttare le migliori opportunità a livello globale. In soldoni: finché l’Italia sarà un Paese a crescita zero (anzi, a forte decrescita), ogni sviluppo non garantirà lo stesso ritorno che invece si ottiene su altri mercati. E questo non significa che Marchionne si stia appiattendo sulla strategia Fiat del passato (privatizzare gli utili, socializzare le perdite), chiedendo contributi allo Stato. Piuttosto il contrario: l’Italia dimostri che intende cavalcare la ripresa non soltanto a parole (Monti ha detto che “vede la luce in fondo al tunnel”, Marchionne ha commentato “speriamo non siano i fari del treno”) e Fiat farà la sua parte. Certo, l’incognita sono i posti di lavoro: fino a quando potranno essere conservati? Ma la Fiat ha intrapreso una strada seria e concreta. E questa è una certezza.

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