Mercato dell’auto 2013: bene Asia e America, in crisi l’Europa

Quest’anno il mercato dell’auto correrà a due velocità, secondo le prime stime degli analisti mondiali dell’Automotive. Accanto alle due locomotive che hanno ripreso a tirare, Stati Uniti e Giappone, il Vecchio Continente mostrerà la corda ancora una volta. Sebbene, come vedremo poc’anzi, con alcuni distinguo. Gli analisti sono concordi nell’ipotizzare per il 2013 una crescita del mercato globale di circa 3 o 4 punti percentuali. In sostanza si dovrebbe passare dagli 80 milioni di auto vendute nel 2012 a circa 84. A fare la parte del leone, saranno la Cina, ormai il primo paese mondiale come costruttore di automobili, che dovrebbe sfiorare i 20 milioni di unità vendute sul mercato interno (in pratica un’auto su quattro di quelle costruite nel mondo è made in China e trova un acquirente nello stesso paese), e gli Stati Uniti, che quest’anno dovrebbero immatricolare 15 milioni di vetture nuove.

Secondo Moody’s, nonostante il rallentamento della corsa della tigre asiatica Cina, che non cresce più al ritmo di due cifre percentuali, ma si sta stabilizzando su un tasso di crescita attorno al 7%, il mercato globale gode di ottima salute, perché i costruttori hanno avviato una feroce attività di risanamento dei propri conti, attraverso la razionalizzazione degli impianti produttivi. Il che significa, in concreto, la chiusura di alcuni stabilimenti (soprattutto in Europa: per esempio sono a rischio la fabbrica Opel di Bochum, quella Ford di Genk e quella di Aulnay di Psa), per riportare la capacità produttiva al livello di assorbimento del mercato. Cioè al 90% della capacità produttiva attuale. Il “meno 10%” di produttività significherà permettere ai costruttori di vendere ma di non svendere. Sconti esagerati, che non permettono marginalità nè a chi produce nè a chi distibuisce, oggi sono un fenomeno generalizzato, che riguarda soprattutto l’Europa, anche costruttori un tempo “insospettabili” (come i marchi premium tedeschi). Basta recarsi al di là delle Alpi per vedere che, in particolare in certi segmenti di mercato (come quello delle utilitarie), in Germania il prezzo finale per il consumatore è anche del 35% inferiore al listino ufficiale…!

Sempre secondo Moody’s, il Giappone archivierà definitivamente i minimi storici conseguenti al terremoto dell’11 marzo 2011. Sebbene, con tutta probabilità, Toyota dovrà abbandonare lo scettro di principale costruttore del mondo, appena riconquistato nel 2011. Probabilmente a vantaggio di Volkswagen, per la quale l’istituto di analisi di mercato Frost & Sullivan prevede una crescita dell’8,9% , quindi nettamente maggiore rispetto all’aumento di produttività di Toyota, che dovrebbe essere, sempre secondo gli analisti americani, soltanto dell’1,5%. Comunque, i costruttori che supereranno di slancio la barriera dei 10 milioni di esemplari assemblati complessivamente nei loro stabilimenti sparsi in mezzo mondo saranno tre: oltre a Volkswagen e a Toyota, ci sarà naturalmente General Motors, le cui stime di crescita sono attorno al 4,5% per il 2013.

Un anno col segno positivo, a proposito dei costruttori, anche per i cinesi di Geely (+19,3%), Tata (+12,3%), Honda (+8,4%), Ford (+6,5%), Renault (+4,2%), Psa (+4%), Hyundai-Kia (+4%). E persino per Fiat-Chrysler (+2,1%, ovviamente grazie al mercato americano). E’ Oltreatlantico che si svilupperanno le maggiori fortune anche per Voilkswagen, che crescerà fino a raggiungere la posizione di vertice assoluto soprattutto grazie ai nuovi stabilimenti fuori dall’Europa (Audi in Messico, Volkswagen negli Stati Uniti, in Russia e in Cina). Secondo Vda, l’associazione dei costruttori tedeschi, l’Europa subirà un ennesima contrazione delle immatricolazioni, che dovrebbero passare da 11,7 a 11,4 milioni di auto nuove nel 2013 rispetto al 2012.

La crisi in Europa avrà come conseguenza un’ulteriore accelerazione della delocalizzazione dei siti produttivi, come sottolinea Euler Hermes (la società di assicurazione dei crediti che appartiene al Gruppo Allianz), che si spinge a prevedere una produzione globale di ben 87 milioni di unità: negli ultimi cinque anni è stato trasferito in Cina il 107% in più della produzione, il 75% in più in India e il 28% in più in Messico. Mentre in Giappone la produzione locale è diminuita nello stesso periodo del 27,6%, del 24% in Francia e del 38,5% in Italia (tutto ciò prima del rilancio di Pomigliano con la produzione della nuova Panda).

I paesi europei in maggiore sofferenza saranno Francia, Spagna e Italia. Mentre la Germania tornerà a crescere prepotentemente. Particolarmente positivi dovrebbero essere i bilanci di Volkswagen, BMW e Mercedes, grazie soprattutto alle aperture verso i paesi emergenti, che saranno i veri trainatori del mercato del lusso. Sempre secondo Frost & Sullivan, le vendite dei modelli di prestigio arriveranno ai massimi storici nel Bric (Brasile, Russia, India e Cina), dove saranno appunto i teedeschi a trarne gli utili maggiori (con una quota di mercato in questi paesi rispettivamente del 26% di appannaggio di BMW, del 23% del Gruppo Volkswagen e del 20% di Mercedes).

La mobilità sostenibile, invece, crescerà a ritmi serrati, ma soltanto su alcuni mercati. E in misura ben minore di quanto pronosticato qualche anno fa. Nel 2012 sono state vendute solamente 110.000 auto elettriche, con una crescità sì del 150% rispetto al 2011, ma si tratta di numeri microscopici rispetto al mercato globale. Di queste 110.000 auto elettriche, il 50% è stato immatricolato negli Stati Uniti, e tutto il resto in Giappone, Cina e qualcosina in Europa, dove a trainare il mercato sono (e saranno anche quest’anno) Francia, Olanda, Germania, Gran Bretagna, Norvegia e Svezia. Con l’Italia fanalino di coda in termini di percentuale di quota di mercato (oggi attorno allo 0,04% nei mesi di miglior risultato). La crescita più cospicua, invece, sarà per le alimentazioni a gas: metano e gpl. A livello mondiale.

E nelle flotte aziendali, cosa succederà? Italia a parte, dove le previsioni non possono che essere pessiministiche, visto l’aggravio della tassazione, ci sarà una crescita in tutti i Paesi. Con un ritorno verso i segmenti più alti (quelli delle ammiraglie e dei grandi suv) e, parallelamente, in quelli più bassi (che saranno soprattutto di appannaggio dei marchi low-cost). Insomma: la forbice tra ricchi e poveri si allargherà ulteriormente, anche nel comparto business dell’auto.

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