Europa su, Italia giù. E nessuno si muove

I dati di chiusura del terzo trimestre del mercato europeo dell’auto mi portano a fare qualche riflessione. A tre quarti del cammino del 2013, i primi segni di ripresa reale ci sono, eccome! Nel nono mese dell’anno, infatti, ben venti dei ventinove Paesi che insistono sul territorio del Vecchio Continente hanno fatto registrare il segno più. Con risultati veramente sorprendenti, anche da parte di alcune nazioni “major”: la Spagna, per esempio, che ha spiazzato tutti con un esagerato +28,5%, il Regno Unito, che ha totalizzato un +12,1%, e la Francia con il suo +3,4%. Tra i mercati secondari (in termini di volumi), bene l’Ungheria (+32,2%), l’Irlanda (+27,9%), la Lituania (+26,3%), la Slovenia (+24,6%), il Portogallo (+15,9%), la Bulgaria (+15.7%), la Polonia (+14,7%), la Svezia (+11,2%) e persino… la Grecia (+10,1%).

L’Italia, con il -2,9% di settembre, non è il fanalino di coda dell’Europa in termini di decremento percentuale (la Slovacchia ha fatto -30,6%), ma è quella che ha perso più vendite in valore assoluto. Se poi il confronto è fatto su tutti i nove mesi, vediamo che le oltre 91.000 immatricolazioni in meno dell’Italia (-8,3%, rispetto a un già nerissimo 2012) sono seconde solamente al crollo dell’Olanda (oltre 125.000 auto in meno, pari al -29,4%). Insomma: il Belpaese può tranquillamente continuare a fregiarsi del titolo di “worst performer” del Continente. In effetti da qualche anno siamo ormai abituati a ottenere questi bei primati. Però vedere che persino Grecia e Portogallo (lo ripeto: per quanto Paesi dai piccoli volumi) stanno rialzando la testa dal punto di vista delle vendite di auto nuove, fa riflettere assai. Per non parlare della Spagna, più volte accomunata all’Italia nelle cattive sorti economico-finanziarie, che a settembre sembra ritornata a correre.

In realtà non è tutt’oro ciò che luccica: lo scorso settembre per la Spagna è stato il secondo peggiore, in termini di volumi, degli ultimi 25 anni (il peggior settembre fu quello del 2012 quando ci fu… l’aumento dell’Iva! Tutto ciò non vi ricorda nulla?). Ma il segnale di questo +28,5% è comunque confortante. Anche perché ottenuto grazie… agli incentivi! Si chiama infatti Plan Pive il piano di rilancio del mercato dell’auto (giunto ormai alla terza edizione), basato sulla rottamazione delle vetture obsolete. Questa tornata, però, riguarda soltanto i clienti privati. Infatti le vendite aziendali a settembre hanno fatto registrare un -10,9% (e un -20,4% nel comulato annuale).

Anche questi dati non vi dicono nulla? A me qualcosa suggeriscono. Per esempio che la ripartenza definitiva della Spagna è frenata, guardacaso, dall’assenza di un piano di incentivazione per gli acquisti business. Che in effetti è allo studio e che potrebbe vedere la luce prima della fine dell’anno. E mi dicono anche che i contributi statali all’acquisto, sotto forma di bonus incentivanti per la rottamazione funzionano ancora egregiamente. Mentre in Italia nessun politico (o tecnico), invece, ne vuole parlare, con la scusa che costano troppo e che le casse delle Stato non potrebbero sopportare un ulteriore prelievo. Argomentazione che a me pare una scusa, poiché è storicamente dimostrato che incentivi “ad hoc” non solo risolleverebbero le vendite, ma produrrebbero un gettito cospicuo soprattutto in termini di Iva, con un largo margine di guadagno per l’Erario.

In Gran Bretagna il mercato tira come una locomotiva (settembre ha fatto registrare il più alto volume di vendita negli ultimi cinque anni e mezzo). In Francia, pur con una situazione congiunturale non facile, il mercato non è in situazione drammatica come in Italia. In tutti i Paesi d’Europa la politica fiscale nei confronti dell’auto non è così devastante come in Italia: ecco qual è la causa reale della nostra performance! Superbollo, Iva gigante, Ipt maggiorata, sgravi fiscali ridicolizzati e chi più ne ha più ne metta. I nostri governanti stanno rottamando il comparto senza rendersi conto che l’automobile costituisce il 12% del Pil nazionale.

Una politica miope, fatta solo di bastone e nessuna carota (è comodo cavare il sangue sempre e solo dagli automobilisti), contro la quale le associazioni di categoria, a mio avviso, stanno facendo poco, per non dire nulla. La mossa più recente (a fine ottobre) è stata la partecipazione a un incontro con il Ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato che, durante l’assise con Anfia, Unrae, Assilea, Aniasa e Federauto, ha espresso generiche rassicurazioni e ha promesso di convocare una consulta sull’automotive per esaminare la situazione. Insomma: chiacchiere in libertà. Non so quanti di voi hanno presente chi sia Zanonato. Per quelli dalla memoria corta, ricordo che, quand’era sindaco di Padova, diede inizio alla guerra contro i suv, asserendo che l’accesso alle ztl doveva essere regolato in base alla dimensione della ruota dell’auto (per la precisione non poteva superare i 73 cm di diametro)… Non so cosa potremo aspettarci di buono da questo MInistro.

Le associazioni di categoria, però, al di là delle dichiarazioni di facciata, non stanno facendo un vero fronte comune. Perché i loro interessi differiscono alquanto. I rappresentanti dei costruttori si stanno appiattendo sulle scelte strategiche internazionali delle aziende che rappresentano. Che ormai considerano il mercato italiano come marginale. Anche la Fiat (che, lo ricordo, è uscita dall’Anfia), il cui vertice guarda ormai di più all’America come mercato principale (agli Stati Uniti, dove il Presidente Obama ha dimostrato di saper fare una politica a favore dell’automotive, e al Brasile, dove la Fiat naviga a gonfie vele). I mercati profittevoli per i costruttori sono ormai altri: tutti guardano soprattutto verso Est e l’Italia è sempre più marginale nelle scelte commerciali. Le società di leasing, che sono banche e quindi “vendono denaro”, lo mettono a disposizione soltanto dei comparti che tirano. Come per esempio allle aziende che esportano e che crescono nel fatturato, e che dunque necessitano di acquistare nuovi macchinari. I noleggiatori, più che sui volumi, si stanno concentrando sull’ottimizzazione dei servizi, senza spingere sulle immatricolazioni. Storicamente è dimostrato che un calo delle immatricolazioni dei noleggi non ha un riflesso sui margini del fatturato. Gli unici che hanno un reale interesse a che la situazione cambi (oltre agli acquirenti, in particolare quelli delle flotte aziendali), sono le reti di vendita, che non possono dire, come invece fanno i costruttori “se non vendiamo in Italia, venderemo in altri Paesi”.

Una seria politica di sostegno al mercato, da parte di tutti gli operatori della filiera, porterebbe vantaggi per tutti. Invece ci si limita a coltivare il proprio orticello. Una strategia miope, che non porta affatto lontano.

 

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