Autostrade: prima gli aumenti, poi gli sconti

WCENTER 0WHKCFRFDP  -  ( Luca Toni - caselo autostrada.jpg )Come ogni anno, dal 1° gennaio sono cresciute le tariffe sui transiti autostradali. Un aumento medio del 3,9% (ben al di sopra dell’inflazione), che scatta automaticamente e che non tiene conto di alcuni fattori importanti. A cosa servono (o dovrebbero servire) gli adeguamenti delle tariffe? Innanzitutto a finanziare i lavori di manutenzione e, soprattutto, al miglioramento della sicurezza della circolazione. Il fine di per sè è assai lodevole, così come il principio che lo ispira: in sostanza il Legislatore asserisce che più sono gli utilizzatori, più le infrastrutture si consumano e si degradano, e quindi necessitano di maggiore manutenzione. Peccato che negli ultimi anni l’utilizzo delle autostrade sia sceso in media del 5-10% all’anno a causa della crisi (e dell’utilizzo per alcune tipologie di spostamenti business e leisure di mezzi di trasporto alternativi) e che dunque il consumo di asfalto, guardrail, segnalazioni orizzontali e verticali sia sceso in proporzione.

Ma c’è dell’altro: guarda caso gli aumenti più sostanziosi hanno riguardato le tratte più frequentate: per esempio i percorsi gestiti da Autostrade per l’Italia (che copre una fetta maggioritaria della nostra rete a pagamento) hanno fatto registrare un incremento medio del 4,43%, la Cisa del 6,26%, le Autostrade Tirreniche del 5%, le Tangenziali di Milano e la Serravalle del 4,47%, le Autovie Venete addirittura del 7,17%  e alcune tratte della Torino-Milano del 5,27%. Il tutto quindi, se prendiamo come parametro di riferimento l’inflazione del 2013 (attestata all’1,2%), che è uno degli indicatori su cui dovrebbero essere parametrati i rincari delle tariffe, suona come una vera e propria beffa per gli utenti delle quattroruote.

A essere particolarmente penalizzati sono ovviamente gli utenti business, nel senso più esteso del termine, cioè considerando anche i privati che utilizzano le autostrade nella tratta casa-ufficio. In favore di questa categoria di utenti, il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi ha dato il via a un sistema che consente di ottenere degli sconti sulle tariffe a chi utilizza le autostrade di frequente, ma sempre sulle stesse tratte. Ovvero: i pendolari.

Gli sconti arrivano fino al 20%, ma ci sono dei limiti ben precisi che, di fatto, hanno scontentato una grossa fetta di utenti. Innanzitutto c’è un vincolo sul chilometraggio: 50 km a tratta (che quindi significano 100 km al massimo tra andata e ritorno quotidiano), in secondo luogo i viaggi scontati non possono superare i 46 al mese (il Legislatore ha quindi considerato un massimo di 23 viaggi andata e ritorno al mese, cioè i giorni massimi lavorativi per un pendolare che si reca al lavoro dal lunedì al venerdì). Oltre il quarantaseiesimo viaggio, non è applicato alcuno sconto. Inoltre, gli sconti sono applicati in modalità progressiva: si parte dall’1% per chi effettua la tratta pendolare almeno 21 volte in un mese, poi diventa del 2% per chi la percorre 22 volte, del 3% per 23 volte e così via fino a uno sconto del 20% per chi effettua il tragitto da 40 a 46 volte in un mese. Lo sconto è calcolato a fine mese e prende in considerazione tutte le tratte effettuate. Lo sconto è riservato agli utilizzatori di Telepass, e occorre dichiarare in anticipo la propria tratta di percorrenza tramite una registrazione sul web.

Il limite dei 50 km a tratta è troppo basso: chi parte per esempio dalla zona nord della provincia di Varese per recarsi a Milano (e sono migliaia di pendolari) supera questo limite e quindi non ottiene alcuno sconto. Chi abita tra le province di Bergamo e Brescia e deve arrivare tutti i giorni a Milano, idem. E per chi lavora anche al sabato? Si dovrà rassegnare a pagare la tariffa intera al superamento del limite mensile di tratte. Per non parlare di un’altra consistente fetta di utenti delle strade che, pur non essendo pendolari, sono assidui frequentatori delle autostrade: i rappresentanti di commercio e il personale viaggiante delle aziende. Per costoro, evidentemente ritenuti cittadini di serie B dal Legislatore, nessuno sconto è previsto. Solamente perché si “permettono il lusso” di variare il tragitto…

Per i bilanci delle aziende, insomma, questa iniziativa non porterà grandi vantaggi in termine di risparmio, a parte un piccolo saving su quegli utenti che hanno il benefit dell’auto con le spese pagate anche per il tragitto casa-ufficio. Il principio ispiratore dell’iniziativa è dunque il solito: una bella dichiarazione (teorica) di intervento a favore di una categoria che soffre la crisi economica (i pendolari), con un costo per le casse dell’Erario molto limitato (giova ricordare che lo Stato incassa  centinaia di milioni di euro dalle Concessionarie autostradali). E pure per i gestori delle tratte il costo dell’operazione rimane limitato (e ampiamente coperto dagli aumenti annuali cui abbiamo accennato poc’anzi). Insomma: “poca spesa, tanta resa” (in termini di immagine).

Sarebbe stato meglio, forse, evitare gli aumenti del 2014, per favorire tutti gli automobilisti: avrebbe sicuramente rappresentato un miglior volano per la ripresa. Un incentivo a viaggiare di più, per turismo e per lavoro. Con conseguente aumento dei consumi dei carburanti (anch’essi in forte flessione negli ultimi anni) e quindi degli incassi sulle accise. Una politica di piccolo cabotaggio, senza assunzione di rischi, non porta a risultati apprezzabili. In fondo, è lo stesso principio che è stato applicato per negare una vera strategia sugli incentivi all’acquisto: favorire il mercato significherebbe un aumento delle immatricolazioni (con crescita del gettito di Iva). Ma, evidentemente, nel Palazzo preferiscono non rischiare.

 

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