Dieselgate: che succederà adesso?

Il più grande scandalo della storia dell’automobile: un terremoto che si allarga a macchia d’olio che, per il momento, coinvolge da 5 a 11 milioni di auto prodotte, che dovranno in qualche modo essere “bonificate”, centinaia di migliaia di vetture ferme nei piazzali dei concessionari, pronte per la consegna, ma la cui vendita è bloccata. I titoli azionari delle Case automobilistiche in caduta libera. E la minaccia di provvedimenti punitivi, multe miliardarie e class action da parte dei consumatori truffati, che potrebbero mettere in gioco l’esistenza stessa di alcuni costruttori.

Al centro della vicenda, come sapete tutti, c’è la Volkswagen, il primo costruttore al mondo. Ma si sussurra che ce ne siano altri che seguiranno a ruota. Già si parla di BMW, Mercedes e Volvo, anche se piovono le smentite ufficiali. Stiamo alla finestra e cerchiamo di capirci qualcosa.

Tutto parte dall’utilizzo di un software che controlla i dati delle emissioni inquinanti di alcuni motori diesel Euro 5 (gli euro 6 non sono coinvolti, è bene chiarirlo), che “inganna” i controlli effettuati nei test di omologazione al banco, facendo apparire livelli di inquinamento fino al 50% in meno di quelli reali ottenibili su strada. Stando ai si dice, la vicenda era nota da un paio d’anni, non soltanto in Germania ma persino a livello di organismi di vigilanza dell’Ue, ma nessuno finora aveva avuto il coraggio di accendere i riflettori sul caso. Che le automobili abbiano emissioni reali più elevate di quanto dichiarato (e che, di conseguenza, consumino assai di più) è cosa nota a tutti gli automobilisti: è il segreto di Pulcinella che emissioni e consumi rilevati in condizioni teoriche troppo favorevoli (come da capitolato dei test ideati dagli organismi di omologazione e controllo di tutto il mondo) siano ben distanti dalla realtà. Però, in questo caso, la truffa consiste nell’ingannare persino i test di omologazione.

Dalle prime informazioni sembra che i modelli coinvolti siano principalmente alcune Golf, Passat e Tiguan (non i modelli attuali, tutti Euro 6), ma a cascata anche i veicoli commerciali derivati e, forse, persino i motori TDI di cilindrata più piccola. Attenzione, però: gli stessi motori adottati sui modelli precedentemente citati, hanno equipaggiato altri modelli di marchi della galassia Volkswagen: Audi, Skoda e Seat. Sui quali, però, al momento in cui scrivo questo post, non ci sono informazioni in merito al loro coinvolgimento. In ogni caso, saranno milioni i veicoli da richiamare e bonificare. Per il momento, le indiscrezioni apparse sulla stampa parlano di numeri compresi tra i 5 e gli 11 milioni di automobili.

Si parla di almeno tre milioni di auto nella sola Germania. E in Italia di circa un milione (così affermano fonti ministeriali): anche se, in questi casi, la prudenza è d’obbligo perché gli allarmismi che potrebbero rivelarsi ingiustificati sono in agguato. Quello che è certo è che alcune Procure della Repubblica sono già al lavoro con le indagini. L’ipotesi di reato è di disastro ambientale: un’accusa gravissima. Volkswagen Group Italia ha bloccato le consegne di qualche decina di migliaia di vetture pronte nei piazzali o già arrivate nei depositi delle concessionarie. In attesa di capire come e quando effettuare il risanamento. E per le vetture già nelle mani dei compratori? Bisognerà attendere istruzioni. Nel frattempo sul web e sulla carta stampata è iniziata l’inflazione delle vignette e delle barzellette sui costruttori coinvolti…

Quali ricadute sul mercato delle flotte aziendali? Sicuramente, nel breve periodo, un problema nelle consegne, ma anche la necessità di sottoporre le vetture coinvolte a un intervento d’officina, col rischio di ingolfamento delle strutture assistenziali. Ma è la caduta di immagine per i costruttori coinvolti che potrebbe rappresentare, nel lungo periodo, la ripercussione più pesante: mi sto riferendo ai valori residui nell’usato, un argomento che vede i costruttori tedeschi (cioè i principali indiziati di essere coinvolti nel gigantesco dieselgate) ai vertici nella tenuta delle quotazioni. Se i consumatori dovessero mostrare una forte disaffezione a questi brand, la situazione potrebbe cambiare, con un’immediata brusca discesa dei valori residui, che si tradurrebbe in un grave problema per i noleggiatori che, come tutti sanno, scommettono con largo anticipo sulla tenuta dell’usato per determinare canoni di noleggio competitivi. Di conseguenza, i canoni del futuro potrebbero salire di livello.

In termini più generali e globali, il mercato dell’auto subirà comunque un forte contraccolpo da questa vicenda: i costi di risanamento incideranno enormemente sui bilanci, così come le multe che gli organismi di controllo potrebbero infliggere ai Manufacturer che risulteranno colpevoli: soltanto negli Stati Uniti, il rischio per Volkswagen, per esempio, è una multa che potrebbe arrivare fino a 18 miliardi di dollari. Pesantissime ricadute anche sul valore degli asset finanziari: all’indomani della scoperta della maxi-truffa, il titolo azionario del colosso di Wolfsburg ha bruciato in borsa oltre 30 miliardi di valore, anche se poi ha effettuato un piccolo rimbalzo. Da luglio a oggi, il titolo è sceso da 200 euro a circa 110. Pure tutti gli altri costruttori a ruota hanno subito forti oscillazioni. Il toboga borsistico non è propriamente un toccasana per il settore: crea incertezza sul futuro, e l’incertezza impedisce la pianificazione e paralizza gli investimenti. Dopo la crisi economica degli scorsi anni, questa ennesima mazzata sull’auto proprio non ci voleva.

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