Continua la battaglia anti-diesel

Come FleetBlog aveva pronosticato oltre due anni fa, l’attacco al motore diesel si fa sempre più virulento. Dopo il dieselgate che ha coinvolto il Gruppo Volkswagen, le contestazioni sul reale livello di emissioni ha tirato dentro anche altri costruttori, sebbene non tutti con lo stesso livello di gravità. L’obiettivo finale più o meno dichiarato è quello di decretare la cancellazione dei motori a gasolio in un tempo più o meno breve. A favore di quale soluzione? Non si sa. Certo, sono in molti a tessere le lodi dei motori elettrici, di quelli a idrogeno e magari c’è pure qualcuno che vorrebbe farci tornare all’epoca della propulsione equina. Però, un conto è parlare di teoria, un altro è calarsi in una realtà di mercato che, secondo me, ancora per parecchi anni non può fare a meno né del diesel, né della benzina, con la parziale alternativa del gas e dell’ibrido che però non riescono (ed è un fatto acclarato) a conquistare quote rilevanti di mercato.

Io personalmente ho una visione meno drastica: naturalmente non sto asserendo che dieselgate e scandali simili siano una montatura: affatto! Chi ha sbagliato deve essere giustamente punito e chi è in possesso di veicoli che inquinano più di quanto dichiarato in qualche modo deve essere risarcito. E i sistemi di controllo devono essere aggiornati prima possibile e i loro risultati inequivocabili. Però ho la sensazione che molti degli attacchi condotti verso un costruttore piuttosto che un altro siano soprattutto frutto di malcelati obiettivi commerciali di concorrenza o di politiche campanilistiche, piuttosto che finalizzati alla tutela della salute pubblica. In taluni casi, poi, si fa pura accademia senza considerare affatto quali siano i reali limiti tecnici o infrastrutturali.

Il caso dell’auto a emissioni zero ne è un esempio lampante. Se è vero che esistono già Paesi assolutamente virtuosi, come la Norvegia, dove le immatricolazioni di auto elettriche costituiscono ormai una quota assai rilevante, è anche noto che i limiti infrastrutturali odierni non consentono la diffusione di questa tipologia di alimentazione nei Paesi a densità automobilistica più rilevante, anche perché non sarebbe sostenibile una politica incentivante così allargata. Soprattutto in nazioni come l’Italia dove il disavanzo pubblico non permette investimenti economici a saldo negativo per le casse dello Stato. I numeri delle immatricolazioni di auto elettriche rimangono risibili e, quindi, i sogni di taluni che auspicano l’abolizione dei motori endotermici per decreto, sono destinati nel mondo reale a rimanere tali.

Ho la netta sensazione che ci sia molta demagogia: l’ultimo esempio viene dalla ONG ambientalista Transport Environment, che ha presentato un rapporto in cui si asserisce che in Europa sono ben 35 milioni i veicoli che inquinano molto di più rispetto a quanto dichiarato: 6,5 milioni in Germania, 5,3 milioni nel Regno Unito, 4 milioni in Italia e 2,4 in Spagna. Sono l’80% dei veicoli Euro 5 ed Euro 6 venduti nell’ultimo quinquennio. Sicuramente sarà vero, però ci si dimentica sempre che in Italia ci sono ben oltre 10 milioni di veicoli che hanno un livello di emissioni decine di volte superiori a quelle prodotte dalle Euro 5/6, e che continuano a circolare indisturbate. E ci si scorda anche che il trasporto pubblico nazionale è uno dei più obsoleti (e quindi inquinanti) del Continente, che gli impianti di riscaldamento delle nostre case e dei nostri uffici molto spesso non sono efficienti, che le emissioni industriali sono spaventosamente inquinanti e i sistemi di controllo ancora meno efficaci di quelli sulle automobili.

Invece di ripartire dall’abc, ci si limita a enfatizzare ricette che non sono ancora la panacea di tutti i mali: l’auto elettrica rimane inchiodata allo “zero-virgola” di market share, e i modelli di mobilità alternativa testimoniano numeri ridicoli. Per esempio, ho sentito citare con grande soddisfazione che il car sharing in Italia ha un parco costituito da “ben” 6.000 veicoli, che vengono utilizzati quotidianamente da “ben” 17.000 utenti! Ma qualcuno sa quanti milioni di veicoli circolano in Italia? Sono quasi 40 milioni…

Forse, anziché demonizzare chi produce, chi vende e pure chi acquista, a prezzo magari di grande sacrificio, veicoli moderni, magari e purtroppo non così tecnologicamente avanzati quanto auspicherebbe qualcuno, occorrerebbe puntare il dito più sulla classe politica dirigente e sulle Istituzioni sovranazionali, che mostrano un immobilismo decisionale spaventoso. I costruttori, i distributori e i clienti la loro parte la fanno già, e in modo egregio.

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